[Zenzero Time]
Pensieri di un PiccoloBò
 





giovedì, maggio 15, 2008

"Lo aspettai sotto il sole novembrino, seduto sull'erba che circondava la fontana di Sa Toccadorja,  dove il camione grigioverde si fermava come una tradotta per scaricare dai banconi di legno quegli uomini..."

Una storia in una frase, pensava Luigi chiudendo il libro e allungando le gambe sotto il tavolino inchiodato al pavimento.
Dopo tre ore il vento non era calato per niente. Sporgendosi verso il finestrone rigato da acqua e tempo, constatò che la nave stava ancora lontana dal porto, in rada, lontana da pericoli e tentazioni. Sferzate di pioggia accompagnavano monotoni scricchiolii, mentre la maggior parte della gente, rassegnata, sonnecchiava sbracata sui divani.
Si alzò ed uscì a guardare il mare; lo immaginò di metallo per correre fino a riva; lo immaginò tiepido; lo immaginò soffice. Lo vide freddo, cocciuto verso quei gabbiani che invano tentavano di rubargli qualcosa e si chiese dove andassero a dormire la notte.
Si accese a fatica una sigaretta e calcolando le ore in cui sarebbe rimasto su quella terra, soffocò l'urlo che gli si stava formando in gola.
Durante la prima ora, pensò, ruberò sole e sale alla sua pelle e nelle restanti diciannove, graffiando i suoi sogni, nuoterò nei suoi occhi: in quella foresta di colori mai piegati dal tempo.
Se questo vento cala, se questo mare si quieta e questa nave attracca...

"...dai volti stanchi e sereni che si portavano il destino dentro la bisaccia."

postato da: melvingaez | 18:32 | commenti

mercoledì, gennaio 16, 2008

OGGI HO SPUTATO SANGUE

Oggi mi sono divertito a travasare pezzi di vetro da un bidone pieno a uno vuoto. Solo per sentirne il rumore.
Ho indossato guanti gialli in cuoio duro e affondando le mani con delicatezza, abbrancavo piccole e grandi schegge come fosse fieno artico;
nel travaso grondavano briciole che andavano a schiantarsi, senza riflesso, ai miei piedi.
Una tavola di fòrmica bianca mi riparava dal sole e aria, polverosa e calda, usciva dolente dal termoconvettore friggendo ragnatele antiche su muri rigati di muffa. Sono andato avanti così per tutto il pomeriggio, fino all'imbrunire.
A sera sul fondo del bidone travasato, giacevano grumi di vetro polverizzato, sporco come lo zucchero sul fondo di una tazzina di caffè e mi sono ricordato come mi piaceva leccarlo, da piccolo, quando mio nonno ne lasciava apposta un po'.
Allora ho preso il bidone e ho rovesciato il contenuto sul tavolo, formando una piccola mota  che a mano aperta ho provveduto a livellare con movimento circolare.
Mi sono chinato mentre un motorino passava in strada e sul pavimento dell'appartamento di sopra scivolava il petalo di un fiore dopo una settimana di agonia. E quando ho appoggiato la lingua sui frammenti di cristallo, polvere mi usciva dal cuore come da una clessidra.
Tutto questo per sentirmi suonare bene dentro:
'Oggi ho sputato sangue'

 

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martedì, gennaio 15, 2008

Paolo&Lella

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lunedì, gennaio 14, 2008

Lettera

Caro Luigi, ho letto la tua ultima e francamente, in tutta sincerità, non ci ho capito niente.
Mi parli di un grande capannone, con scaffali colmi di pannolini scaduti che probabilmente come il latte, andranno ai bimbi dell'ultimo mondo; di rotoli di carta igienica, miriadi di rotoli, accatastati nei quattro angoli dell'edificio; di enormi incellofanatrici che confezionano ciabatte di sughero e spugna bianca per Centri Salute con idromassaggi grandi come bilocali; e non mi parli di te. 
Non mi dici come stai, cosa fai e soprattutto non mi dici nemmeno che tempo fa.
Qui ogni tanto piove, il sole sorge sempre ad est e tramonta immancabilmente ad ovest; ma la luna che lo insegue non ha più il viso di un bimbo che sorride: ha il faccione pesto di un pugile e gli occhi iniettati di sangue. E il suo sapore è metallico.
Io sto anche bene, ma sono realmente preoccupato per te. Davvero.
Adesso non ce l'ho sottomano, perché l'ho usata per incartare la neve di quest'inverno, ma nella lettera del mese scorso ricordo che dicevi di vivere in una casa di frontiera alla periferia di Milano. Lo ricordo bene; mi raccontavi di quella notte quando con i tuoi amici marocchini ti mettesti a sparare con un fucile di precisione alle campane mute dell'Abazia di Chiaravalle. Sottocasa passava un treno per nascondere il rumore e uccidere un disperato.
Mi son chiesto dove fossero finite le tue savane, quando lessi quella lettera.
Mi son chiesto che fine avesse fatto il silenzio del tuo deserto e il profumo dei datteri verdi delle oasi di montagna.
Mi son chiesto quale vento avesse spianato tutte le dune di sabbia e spazzato la tua anima; quale avida bocca avesse spento le tue notti per aver ingoiato tutte le stelle dell'universo.
Adesso mi chiedo: che ci fai in un capannone di pannolini?
Hai qualcosa che non va. Anch'io ho qualcosa che non va.
Sono sempre più convinto che la vita sia una schifezza e quando il mio amico di milano si impiccherà, toccherà a me andare a levargli la cicca penzolante incollata sulle labbra. A togliergli anche le mani dalle tasche.
Poi requisirò tutta la sua raccolta di film di Hitckoc (o come cazzo si scrive), i film di Bunuel e la sua immensa raccolta di film porno; e cancellerò dal computer le foto sconce di Giulia.
Butterò tutte le sue pistole nel canale e la valigetta con il fucile di precisione la regalerò al primo barbone che incontro nella metropolitana.
Laverò i piatti di una settimana, svuoterò i posacenere, sfascerò due chitarre contro la ringhiera del balcone e la terza, quella elettrica, me la porterò a casa per suonarla alla mezzanotte del primo giorno della prossima estate.
Toglierò le sue mutande e i suoi calzini da sotto il divano- letto e li butterò nella cesta sempre vuota della biancheria sporca. Spegnerò la fiammella degli oli aromatizzati e la luce sulla cassetta in legno di pioppo che funge da comodino.
Cancellerò tutte le mie e le sue impronte con un asciugamano che odora di muffa e con quello lo benderò.
Perché di esecuzione si tratta.
Caro Luigi, davvero, hai qualcosa che non va.
Anch'io ho qualcosa che non va e spero solo di non incontrarti.
Con affetto, Melvin.


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sabato, gennaio 12, 2008

IL TEMPO DI CALCOLARE IL TEMPO

- Vorrei che il tempo si fermasse in questo momento.-
Un classico, un desiderio banale quanto irrazionale; un sogno vigliacco; un pugno che ti stringe la bocca dello stomaco. Tanto da far fatica a cavare un respiro decente.
E non si ha voglia di sospirare, nel dormiveglia.
In questo momento, scandito dai mille orologi della vita: meccanismi, canti di uccelli, rumori di camion della spazzatura e grida di arrotini e pescivendoli, si vorrebbe il silenzio più assoluto; quello dei ragni che scivolano lungo la loro bava o quello delle dune di sabbia che scivolano l'una ridosso all'altra. Il silenzio: l'unico suono che può fermare le ore.
Il silenzio come dissolvenza delle cose che ti stanno attorno.
Si vorrebbe avere la possibilità di fotografare questo momento; sventolare questa istantanea da polaroid e guardare con calma ciò che hai imbalsamato per avere la sensazione di avere fermato il tempo.
Scoprire che il quadro appeso all'angolo della parete, proprio sopra un vaso lucido e nero traboccante di canne perfettamente tonde e colorate, è bello nella sua sconvolgente crudeltà: garze rosse come sangue incastrate nelle spaccature del gesso sporco, assomigliano alle ferite della terra. Alle ferite che non si vorrebbe mai vedere.
E' sempre la stessa foto. Poi, immancabilmente, suona la sveglia per dirti che è tempo di misurare il tempo e non è rimasto tempo per scrivere e sognare.

postato da: melvingaez | 17:25 | commenti

lunedì, dicembre 03, 2007

Mentre pensavo alle tonalità dell'abbaiare di un cane, il riflesso di una ragnatela mi ha distratto; ho sciolto l'ultimo grumo di zucchero a velo in fondo alla lingua ed ho tracciato con gli occhi un semi-cerchio.
Ci sono tre lampade nella stanza: una sembra un piccolo lampione e spesso mi chiedo se è il caso di trasformarla in un'opera post-popmoderna, agghindandola di chewingum scolorito e insipido, come ho visto fare da un attore ubriaco sul palco di un circolo culturale del dopolavoro ferroviario. Un vero prestigiatore della parola che aveva la capacità di nascondere le vocali e di velare con dei sottili sputi i capelli e i visi degli spettatori in prima fila; le luci basse, questo lampione butterato e una panchina sverniciata, dava loro la sensazione di essere seduti per terra in un parco d'autunno, mentre grilli afoni (l'impianto voci era un po' obsoleto) ritmavano il silenzio nascosto tra le vocali mancanti.
Sposto lo sguardo ed il filo di bava oscilla tra le altre due lampade.
Riprovo a pensare alla tonalità del cane, ma il gorgoglìo del termosifone che si sta raffreddando mi sfila dalla memoria una poesia.
'... nel gorgoglìo di un cerchio...ecc. ecc.'
Non è passato molto tempo; sette, otto, forse dieci anni. Allora non guardavo molto le cose, le annusavo scientificamente e le davo un colore.
La panchina, quella della rappresentazione al circolo culturale ad esempio, l'avrei definita in 'verde matematico'. Un'idea balzana di una mia amica altrettanto strana.
Oggi guardo molto di più.
Osservo il filo di bava che ondeggia, nascondendosi a tratti dietro un fiore di panno che a sua volta copre i tasti di un sax appoggiato sulla finestra; e se dovessi dare un colore all'abbaiare del cane, direi che è grigio. Però dovrei annusarlo per esserne certo.

postato da: melvingaez | 00:23 | commenti (3)

lunedì, luglio 09, 2007

Hai dato da bere all'ortensia e adesso l'acqua sgocciola dalla scrivania al pavimento allagando un cilindro di cenere nascosto da una settimana tra il baule di vimini e il cestino.

Sei entrata danzando sulla tua voce roca, piegando gli occhi al sole violento del mattino, eludendo le grida dei bambini e qualsiasi altra voce che ti riportasse in altri luoghi; io, svegliato con la testa infilzata da un grosso tubo che soffia le foglie, ho raggranellato quei pochi vestiti che permette l'estate e sono sceso a togliere le foglie malate al basilico. Ho ancora il suo profumo tra le dita che si confonde con il tuo: è lo stesso miscuglio che si crea tra i miei pensieri e i tuoi. In realtà non conosco i tuoi pensieri. Non li voglio conoscere.

Guardo, al di là della rete semi-abbracciata dall'edera, nel parcheggio.

 L'omino giallo-arancio, occhiali in plexi a mo' di collana, separa con una lunga pinza (o forse è un forchettone?) i kleenex dai preservativi e dalle foglie e penso che dovrei fare la stessa cosa con i miei pensieri. Credo che dovresti farlo anche tu, ma non ti starei a guardare.

Adesso l’afa soffoca i colori; le strade sembrano bagnate. Lo sguardo mi scivola lungo la via ed evitando i secchi verdi dei rifiuti, si incolla sul vestito a fiori di una donna che annaffia un solco arido, proprio al centro dell’orto. Se la vita fosse un simbolo, sarei fregato.

postato da: melvingaez | 10:42 | commenti (3)

sabato, gennaio 13, 2007

La luce stordita, verde, plana sull'erba bagnata e il cinghiale mangia funghi. Sopra di me i massi, la montagna, scavata e arida delle maternità confuse.

Era guerra.

Quel sapore acido dei rami a friggere sul fuoco, era guerra. Uomini abbattuti come zanzare dal fumo al canto serale di un sacerdote lercio.

Il tempo è definitivamente mio: stretto in un fil di ferro strappato alla terra. Chiuso in una scatola di  legno marcio, è assolutamente mio. Ucciso dall'odore di polvere da sparo, non c'è verso, è solo mio.

Ed è fine della guerra.

postato da: melvingaez | 18:21 | commenti (1)

domenica, gennaio 29, 2006

Sei un minerale fuori dalla miniera;

una scheggia che il vento suona

che il vento taglia

 in minuscoli spazi senza luce

con rughe di cristallo

invisibili e dolorose:

sei quel grumo di sale che brucia

quella goccia sputata dal mare che fredda s'incarna

negli occhi frugati e verdi

di un sogno sorriso da uno scoglio.

postato da: melvingaez | 22:00 | commenti

martedì, dicembre 27, 2005

Amore mio, pensavo di scriverti una lettera dentro, ma otto pennelli tra le dita mi
impediscono di farlo e il rosso che mi serve è corroso nel barattolo che ho
lasciato nella cesta del pane: qualcosa, come ruggine, mi è rimasto sotto le
unghie e attorno. E di tanto in tanto lo assaggio, per riconoscerne il
sapore e chiedermi dove sei rimasta o dove sono andato.
Tu,  lontana dalle strade d'acqua marcita che sepelliscono aironi grigi morti di sete;
io, così vicino al mare, a cavalcioni di un indistinguibile orizzonte che fotografo il Bastone di Mosè che non divide nulla.
 Nemmeno il bianco del cielo.
Solo in piedi su uno spartitraffico distinguo le lacrime dal vomito di un ubriaco e, in questo giorno di Natale senza tetto,
la rabbia mi farebbe aprire il becco dell'airone morto per sputarci dentro.
 Ma comincia a fare freddo e buio e questa notte è diversa da quella di ieri.
Ieri notte il cielo era spolverato di zucchero luminoso e il gatto dormiva
abbracciato al cane giù in cortile; io ho appeso angeli ai chiodi delle travi
e costruito aeroplani di carta  con la pubblicità degli ipermercati per questa
notte di natale: per abbellire tutte le siepi che circondano casa nostra.
L'unica sedia che mi era rimasta l'ho incastrata sotto la maniglia della porta.
Non volevo ladri, ora che mi sono rimasti solo libri da incastrare tra le maglie di una rete da pesca dimenticata in soffitta.
Mi manchi molto, ma altro non posso scrivere perché il foglio bianco che mi hai lasciato è poco e
le tre lettere dell'alfabeto che mancano le ho usate per incidere la pietra
che mi hai regalato l'estate scorsa: così avrò una runa in regalo per il
nuovo anno.
Sempre tuo,

 D.
il bastone di Mosè

postato da: melvingaez | 18:18 | commenti (5)

lunedì, ottobre 03, 2005

Non ce n'è uno che sia rimasto. Tutti andati. Tutti spariti, spartiti tra mulattiere e sentieri in tufo che profumano d'acqua. Solo un cane a guardare la recinzione stirata, da un'auto strinata, sul campo di soia.
Tutti scappati e non so che fine abbiano fatto; forse qualcuno starà congelando, mentre qualcun altro starà marcendo incastrato sotto un ponte. I più fortunati moriranno influenzati.
Mi spiace, perché non erano polli di allevamento e la lattuga nell'orto ora soffoca la verza.
Mi spiace, perché li conoscevo bene e avevano nomi di poeti e scrittori, e non cantavano solo per paura dei falò.
E non costruirò più un pollaio così vicino ad una strada in curva; per qualche giorno spargerò ancora avanzi di frutta ai piedi della loro scala, ma so che non torneranno più. Questi se li è presi la libertà; e al ragazzo ubriaco con l'occhio scheggiato dallo specchietto retrovisore farò avere notizie dal mio avvocato.
Polli NON di allevamento non hanno prezzo. Piango.

postato da: melvingaez | 18:21 | commenti (4)

sabato, aprile 02, 2005

Ho la gola secca con tutto questo cantare, questo ciancichìo vocale che mi si sfiata da dentro come una sorta di stupro contrario.

Siamo in molti qui, accucciati su sanpietrini levigati da migliaia di suole e credi in fintapelle; siamo in molti a cantare "...resta con noi, non ci lasciar..."

ma adesso non ci ho tempo, solo che prima o poi si ha da morire; quindi fregacazzo.

postato da: melvingaez | 12:26 | commenti (3)

lunedì, gennaio 10, 2005

mi si è cancellato il testo, cazzo 

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postato da: melvingaez | 14:03 | commenti

venerdì, dicembre 24, 2004

l'hanno del quinto commissariamento e gli spigoli frullavano nell'haria. Ogni sosta consentita non andava oltre il millesimo di secondo e 192 luci rosse sfrigolavano sui vetri appannati.

Il tutto senza acquistare un sestante

postato da: melvingaez | 12:31 | commenti (5)