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domenica, dicembre 28, 2003 Scrivo una lettera a caso dell'alfabeto; e da quella lascio scorrere le dita sulla tastiera. Il più delle volte non è semplice e mi fermo a questo punto. Inoltre stasera m'è uscita dalle dita la 'q' e oltre al fatto che Questa notte ho sognato degli aerei tedeschi e francesi che bombardavano casa mia, con scarsa mira a dire il vero, e in un momento di dormiveglia ho realizzato che è tutta colpa delle 3B. Una volta sognavo di scrivere discorsi ufficiali per Reagan, Craxi o il Papa, adesso sogno che mi bombardano la casa e credo che ci sia un nesso logico in tutto questo. Ma io non riesco a trovarlo. postato da: melvingaez | 23:29
| commenti (10) mercoledì, dicembre 24, 2003 A proposito di sogni interrotti, di convention e gente che ti russa addosso “ Un piccolo aiuto signori, gentilmente; i soldi non sono per la droga o per mangiare. Servono per un bambino amm…” Il rumore di un armadio che striscia su un pavimento poco liscio sommerge le parole e arresta l’incedere del ragazzo, braccia nude e tese, verso di me. Mi siedo di scatto sul letto; il sacco a pelo si apre come strappato. Silenzio. Due gambe pallide si allontanano nella luce fioca del corridoio, trascinando scarponcini slacciati. Riprendo a dormire con la mano in tasca a stringere qualche centesimo e cerco di dare udienza al ragazzo che dal fondo della carrozza del treno ricomincia la sua recita. “Un piccolo aiuto signori, gentilmente; i soldi non sono per la droga o per mangiare. Servono per un ba…” Stavolta il rumore è meno definibile: la trivella ha spaccato l’ultima crosta prima del fiume sotterraneo e l’acqua, con un lungo sibilo, traccia l’aria della notte. Mi siedo di scatto, aprendo il sacco a pelo come un enorme libro. Mi aspetto una pioggia gelida sulla testa. Non succede niente. Silenzio. Guardo verso la porta e nella luce del corridoio rivedo la figura esile di poco prima e non capisco dove sta guardando; sembra mi stia spiando con la nuca. Qualche secondo, poi si allontana silenziosamente. Trascinando i scarponcini slacciati. Voglio dare quei pochi spiccioli al ragazzo sul treno e cerco di dormire. Cerco di attraversare questo sogno, prima che un leggero dolore parta dalla tempia per sedersi in mezzo agli occhi. “Un piccolo aiuto signori, gentilmente; i soldi non sono per la droga o per mangiare. Servono per…” E’ un trattore, che affonda l’aratro accelerando al massimo, rovesciando sotto il sole cocente fette di terra bruna e subito dietro una frotta di corvi si accanisce su vermi sorpresi. Mi sveglio di soprassalto, il braccio teso ed i soldi nel pugno. I corvi sono spariti, ma il trattore sta ancora affannando davanti a me; lo seguo fino in fondo al campo, cercando nel rumore le note di una canzone dei Cure. La luce nel corridoio si spegne nello scalpiccio di piedi nudi e anche l’ultima porta si chiude. Di nuovo silenzio. Il dolore s’è seduto comodo tra i miei occhi: non dovevo bere quel bicchiere d’acqua. O forse è stato il caffè ‘famolo strano’. Faccio una prova di vomito, ma non sto così male. Non sudo e respiro regolarmente. Sgancio gli spiccioli sul letto, riaccomodo il cuscino e cerco di dormire mandando avanti la pellicola a doppia velocità. Il ragazzo è passato all’altra carrozza, lo vedo di spalle. Adesso dovrebbe arrivare la ragazza mulatta che si viene a sedere vicino. E così è. Michael Stipe canta, solo per me, Everybody Hurts; lei mi sorride e picchiettando con l’indice la custodia del cd mi dice: “…. ……. ……” Non mi sono mai piaciute le frecce tricolori, odio gli aerei che volano troppo bassi; e adesso mi sono entrati dalla porta socchiusa e non trovano la via d’uscita. Mi alzo di scatto, apro la porta finestra che da sul balcone e li aiuto con larghi gesti ad andare fuori dalle balle. Chiudo per bene la porta sul corridoio e la porta-finestra sul balcone e con il dolore che dorme russando tra i miei occhi mi ributto nel letto. Faccio scorrere il nastro velocemente, saltando a piè pari il ragazzo che chiede la carità e la ragazza che avanza e si siede accanto a me. Lo blocco nel momento in cui lei comincia a parlare indicando la copertina del cd dei R.E.M.: “ I love this…” Merda, è inglese! Non so un cazzo d’iglese!! Mi alzo come una furia e vado in cucina a farmi un caffè. E’ giorno. postato da: melvingaez | 02:14
| commenti martedì, dicembre 23, 2003 Sto a cavalcioni sulla ruota davanti della tua bicicletta e, mentre tento di postato da: melvingaez | 22:47
| commenti (4) Tra un po' passa la civetta per la terza volta. Per dirmi che devo andare a dormire e proseguire il sogno della notte prima. Non è facile, ricomincio ogni sera daccapo e mi addormento sempre nello stesso punto. Sta cosa comincia a darmi sui nervi, perché è come leggere un giallo e fermarsi sul più bello. Nell'esatto momento del delitto; senza sapere chi viene ucciso. Da chi e come. Dove e perché. Potrei fare come quando leggo i gialli, e cioè cominciare dalla fine, così mi tolgo il pensiero subito e mi gusto tutti particolari (è il solito discorso delle sorprese che non mi piacciono), ma la mia paura è che se comincio il sogno dalla fine, ritrovo tutti i personaggi morti e io da solo con nessun altro da sognare. Bisognerebbe poter fare le 'orecchie' ai sogni come ai libri. postato da: melvingaez | 02:06
| commenti (3) IL CONTE Il Conte Alberino Della Camma di S. Giusto, uomo apparentemente tranquillo sulla cinquantina, ogni sera dopo cena si ritira nello studio, prende un vecchio disco di Simon & Garfunkel, lo pone con delicatezza sul piatto del giradischi e lo fa girare senza farlo suonare. Per 5 minuti lo osserva come ipnotizzato, poi prende dalla tasca del gilet una bustina di carta, ne svuota il contenuto sul disco che gira e si accomoda con la testa di sbieco per tirare la coca con la narice sinistra. Spolverato il piatto, alza la testa e osserva il soffitto, fino a quando riesce ad individuare il disegno a foglia oro che borda il lampadario in vetro viola di Murano. Poi prende un’altra bustina e procede per saziare la narice destra, quindi rialza la testa verso il soffitto e chiude gli occhi cercando di ricreare nella sua mente il ricamo dorato. E ogni sera, quello che la sua mente vede non è il disegno, ma una ragnatela tra le braccia del lampadario. Allora si alza, stringe tra le dita il naso, si sposta con passo lento nell’angolo della stanza dove c’è il computer e appoggia le mani sulla scrivania; come in chiesa la domenica all’offertorio, rimane a testa china, ad osservare lo schermo spento. Chiude gli occhi e riappare la ragnatela. Li riapre, si siede e accende il computer. Il Conte vive in campagna, una casa settecentesca ereditata dal padre e restaurata con fondi statali; ci vive undici mesi all’anno con l’unica compagnia di Osvaldo il maggiordomo. Il dodicesimo mese, novembre, lo passa a Milano, in un monolocale al ventesimo piano, in compagnia di Giannina, una casalinga quarantenne; si amano, ma non fanno sesso, passano il tempo davanti alla finestra a guardare, nebbia permettendo, la città dall’alto e a parlare del mondo che si srotola velocemente aggrovigliandosi sempre più. Discutono sulla legge di Mendel, osservando la via principale e quando tre auto dello stesso colore passano di fila, brindano con bicchieri infrangibili colmi di spuma. postato da: melvingaez | 00:15
| commenti (4) lunedì, dicembre 22, 2003 Volete mettere se Cristo fosse nato il giorno di ferragosto? Città deserte, parcheggi vuoti tutti per me; negozi deserti e commesse che si sfidano a duello per servire l'unico cliente, cioè me. -Desidera?- E lei che si accarezza con la mano infilata nello spacco. Della gonna, non del colmabile solco. - Vorrei un monitor, che il mio s'è fulminato all'improvviso dopo soli 8 anni di vita- Faccio io con superiorità anarchica e occhio che scivola nella scollatura. - Lo vuole piatto? A cristalli liquidi?- Fa lei passandosi l'altra mano sul collo sudato al limite del viscido. - No, lo voglio con le tette e i capezzoli duri che mi alzino i toni e schiariscano i colori- Faccio io spegnendo con il lettore dei codici a barre la sigaretta come fosse un insetto disperso. - Ho quello che fa per lei - continua la commessa, levandosi una scarpa e accarezzandosi con la pianta del piede nudo l'altra gamba, mentre con una mano si accarezza le guance e con le altre due continua a fare quello che faceva prima. - Mi faccia vedere tutto quello che ha - incalzo io fissandola audacemente nel profondo dell'altra scarpa ancora calzata. - Vuole vedere proprio tutto? - Tergiversa lei accarezzandosi con la gamba accarezzata dal piede nudo il solco colmabile della spaccatura accarezzata dalla mano che non accarezza il collo accarezzato dalla mano vicina al viso arrossato accarezzato da una mano che a questo punto ho dei dubbi se trovarmi di fronte ad una commessa di un negozio di elettronica o ad un quadro di Picasso. Si diceva, vuoi mettere se Cristo fosse nato il 15 di Agosto? Nessuno se ne sarebbe accorto perché stavano tutti in ferie e non ci sarebbe tutta sta ressa in giro in questi giorni. Penso.
postato da: melvingaez | 02:09
| commenti (12) Morning has broken (Seconda parte) Al di là del sole o della pioggia, quello che volevo dirmi è che stamattina mi sono regalato una raccolta di Cat Stevens. Niente di particolare, nel senso che è normale che uno si faccia un regalo ogni tanto; le canzoni sono tutte molto belle e le conosco a memoria da parecchi anni. Il problema, se di problema si tratta, è che c'è questa canzone che mi riporta in un'area della mia memoria piuttosto pericolosa per la sua bellezza. Si sa, le canzoni ci riconducono spesso a momenti, periodi, visi e voci della nostra vita e solo dio sa quanto sia bello morirci di nostalgia in queste cose. Questa canzone è legata a un periodo, ad un viso, ma soprattutto ad una voce. Ed è questo che mi sta sulle palle, perché non dovrebbero esistere voci uguali. Ma forse è solo frutto della mia immaginazione o della cattiva memoria. In questa raccolta manca Ruins. postato da: melvingaez | 00:28
| commenti (3) domenica, dicembre 21, 2003 Morning has broken (Cat Stevens) Il sole dovrebbe essere sorto verso le sette e trenta e dicono sia tramontato subito dopo le sedici e trenta. Ho guardato sul calendario, perché in realtà io non ho visto soli, lune o stelle. E' piovuto tutto il giorno; una pioggia a tratti fitta e sottile, fredda come sguardi da un cavalcavia. A tratti copiosa, feroce come una passione troppo trattenuta: un urlo rauco esploso da mille gole colme di sabbia accatastata. Rabbia. Eppure il cielo non era rabbioso, ma tranquillo e monotono nel suo abito grigio, bianco di nebbia a tratti. Nebbia bianca a banchi. Fanculo, sta cosa del blog a me pare una cazzata. A chi può interessare gli strati di nebbia estratti a fatica dalle mie dita? Basterebbe la foto della baracca in lamiera dove il pazzo del borgo ha scritto a larghe pennellate in tempera bianca: "12,6-13,1 - ogni radice ha la sua terra - G8,G9,G10 ad libitum G, tutti G ed Lo so, un giorno sarà arrestato per disturbo alla quiete universale e io negherò d'averlo conosciuto, quella notte alla fine delle trasmissioni. postato da: melvingaez | 23:48
| commenti (3) sabato, dicembre 20, 2003 Evvabè, mi son fatto il blog. E allora? postato da: melvingaez | 17:23
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