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giovedì, febbraio 26, 2004
LE AVVENTURE DELL'ISPETTORE MELVIN (Ricordo di quella notte che mi chiamarono d'urgenza per risolvere un caso politico.)
Saranno state le 1,40 quasi le 2 di notte ed io me ne stavo mezzo assopito seduto al tavolo in cucina, la testa appoggiata sul braccio sinistro disteso e osservavo tre formiche che mi sgomberavano il mobile da briciole di cracker; la tv era sintonizzata su una signora nuda, capelli trattenuti a stento da una fascia azzurra, che si ciucciava una tetta insaponata ed il video era mezzo oscurato da una serie di numeri di telefono, quando il mio suonò. Subito ho pensato ad un errore, o alla contessa che per l'ennesima notte s'era ritrovata il mio maremmano a guaire fuori dal cancello nel disperato tentativo di recuperare la sua amata. Era invece il Direttore Generale Del Museo Dei Manufatti che tutto agitato mi chiedeva aiuto: qualcuno, poche ore prima, si era intrufolato nel museo e aveva sottratto l'Antico Barattolo Della Marmellata Fatta In Casa, preziosa testimonianza di chi un tempo non aveva un cazzo da fare. Già qualche settimana prima ero stato contattato nel mezzo della notte, mentre stavo pulendo il condominio dei criceti, dal Direttore Del Museo Delle Utopie che con voce sfilacciata dal pianto mi comunicava l'improvvisa sparizione del Sacro Drappo Rosso Con Falce e Martello. Adesso anche questo furto. Li li rimasi senza parole, anche perché la tipa era uscita dalla vasca e stava lustrando un già lucente palo metallico con le tette; poi cominciai a pensare che le due cose erano collegate tra di loro. I furti dico, non le tette. Chi aveva sottratto la bandiera rossa poteva essere la stessa persona che aveva, la settimana precedente, rubato la marmellata; era il mio sesto senso e la voglia di andare a dormire che me lo suggerivano. Mi rimisi i calzoni del pigiama e cercai di riappisolarmi sul tavolo, visto che il mio letto era occupato dai due amanti maremmani bianchi. Inutilmente, perché nel frattempo la signora in tv era passata a pulire un enorme specchio. Sempre con le tette. Questo mi fece sovvenire che il giorno dopo dovevo acquistare del vetril. Decisi di muovermi subito e di risolvere il caso, prima che il lavoro si accumulasse e mi scoppiassero gli ormoni. Mi vestii con gli abiti che avevo già messo a lavare nella cesta, per non disturbare i cani in camera; presi la pistola automatica ed uscii dal cortile a motore spento per non svegliare il pazzo che dormiva già pronto di tutto punto sul trattore, ché il mattino presto doveva arare il campo di soia andato a male, ma comunque già sovvenzionato dalla CEE. La notte era chiara, lucida per la pioggia caduta fino a poco prima e l'aria sapeva di erba marcia e terra. Erano quasi le tre e tutte le luci del borgo erano spente, solo il lumino del capitello proiettava un riflesso instabile sul petto di San Vincenzo ed i fiori secchi sparsi sul ceppo di marmo li potevo solo immaginare. Subito fuori dal caseggiato, dopo una doppia curva in salita, già si vedevano i falò di luci che la città in tutta la sua civile arroganza scagliava contro il cielo. Ancora una mezzora e sarei arrivato su luogo del delitto sicuro di risolvere l'enigma in breve. Parcheggiai in piazzetta San Nicola, di fronte alla Banca Popolare e proprio di fianco al cassonetto dove dorme un tizio che dopo aver perso tutto al casinò del Lido vive felice e sporco passando le giornate a spalmare caccole sulle vetrine dei negozi del centro. Avviandomi per il Vicolo Dei Musei mi accesi una sigaretta con gusto e guardando i muri grigi e bagnati decisi che era proprio una bella notte per passeggiare e chiedersi il perché di tante cose senza ottenere una benché minima risposta. Perché avere risposte è la cosa più inutile di questa terra. Ma le domande vanno fatte. E allora che importanza può avere sapere chi aveva rubato gli oggetti dai musei? Nessuna. Con questa convinzione feci dietro front, quando improvvisamente percepii un'ombra calare velocemente sopra di me. Mi gettai di lato estraendo la pistola e senza sapere chi o cosa cominciai a sparare svuotando il caricatore in un sovrapporsi di rumori assordanti e metallici. Poi, il silenzio quasi rimbombante disturbato solo dal tramestìo del tizio che si rigirava nel cassonetto poco lontano. Mi alzai, con la mano che aveva sorretto la mia evoluzione tutta sbucciata e sanguinante, e mi avvicinai lentamente verso la forma squadrata rovesciata sul selciato. Sette colpi l'avevano centrata in semicerchio sotto la bocca spalancata e schiumosa: era una lavatrice. Guardai dentro il cestello illuminato dalle luci di una vetrina di intimo, con due manichini nudi malamente sdraiati e notai un fagotto indubbiamente rosso. Lo cavai con cautela e lo dispiegai per terra. Un drappo rosso, senza falce e martello con al centro un cerchio bianco e un albero del cazzo disegnato al centro. Ero arrivato troppo tardi e le luci dei lampioni cominciavano ad affievolirsi sotto l'incedere di un'alba precoce. Non mi rimaneva che tornarmene a casa prima che il pazzo cominciasse ad arare. Corsi verso l'auto quasi scivolando su un vasetto di vetro che stava ai piedi del cassonetto abitato; lo raccolsi, era vuoto e su un'etichetta bianca mezza sbiadita stava scritto a penna con inchiostro blu: Prugne Della Nonna 1992. Tornai a casa, deciso a sfrattare quei due animali dal mio letto e a dire al pazzo che il campo da arare non era quello della soia, ma quello del mais transgenico. Perché non di solo pane vive l'uomo. (*)
(*) Sempre Cristo. Sempre sia lodato.
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mercoledì, febbraio 25, 2004
NON SONO SALVO
Quel giorno Salvo, dei due era l’altro, quello appoggiato sul cofano della Prinz avio scolorita dal sole, quello che si mangiava tranci di polipo al limone, arpionandoli con uno stecchino, con pezzetti di prezzemolo che gli tappezzavano i denti.
Sorrideva ai passanti masticando a destra, sputando ai loro piedi gli occhi del pesce e mi aspettava, ascoltando un canto negro sbrindellato sui tasti bianchi di un pianoforte a coda. Io stavo con Mardou da Carmody, sotto un tavolo a guardarci tutti i film di Bogart su una tv a transistor. Ridevamo del suo alito e ci mostravamo le tette; le sue erano più belle, grosse come angurie americane con strisce bianche irregolari come una trasmissione interrotta da un fulmine.
Il tempo era buono; se avessimo avuto una cassa di pomodori saremmo usciti e, piazzati vicino allo Spaccio Del Pane,
avremmo chiesto ai passanti il loro regno in cambio del nostro frutto maturo; chiudendo i loro occhi avremmo chiesto fiori secchi da portare sulle nostre tombe di famiglia; quelle con ingresso indipendente in vetro fumé e maniglie in ottone, regolarmente chiuse a chiave. Ma i pomodori maturi erano quasi finiti, spalmati sulle nostre ustioni.
Io e Mardou rimanemmo per molto incollati sotto il tavolo, senza pomodori e fiori secchi, con voci che scivolavano sopra le nostre teste, odori di menù turistici, souvenir in frassino dimenticati sulle sedie e acquistati al chiostro del monastero, tra ex- voto e una gabbia di uccelli variopinti che stringevano il silenzio nella più incomprensibile delle lingue.
Rimanemmo per molto a guardarci le tette, i film di Bogart e le scarpe rosse col tacco alto e cerniera nera che passeggiavano per il bar; rimanemmo lì finche lo sputo di un mendicante ci colpì il volto e si impadronì di noi. Fu allora che cominciò a piovere acqua che ti sporca e un marocchino che lavava vetri all'ingrosso, disse a Salvo che non poteva fare niente per la Prinz color avio. Non c'erano i vetri sull’auto. L'acqua cominciò a bagnare i fusibili; Salvo gettò il piattino di plastica con ancora tre pezzetti bianchicci di polipo al limone e mi chiamò sul cellulare da Carmody. Quando mi suonò in mano, io ero col cazzo al minimo incastro tra le tette di Mardou e risposi all'istante insalivando il motorola. - Vieni subito, piove acqua sporca sui fusibili.- mi disse. Spensi le righe sulla tv, coprii con la lingua gli occhi di Mardou e tolsi il disturbo: - Scusa stella, ma devo andare a salvare i miei fusibili.- E riemersi da sotto il tavolo, regalando il cellulare al cameriere che dormiva con la testa sulla cassa, mentre Mardou si spalmava l’ultimo mezzo pomodoro sul cuore,
tralasciando le guance rigate di nero.
Uscii di corsa tirando una sigaretta accesa male e la manica mi s'infilò nella maniglia della porta; tanto a fondo che la conservo ancora sullo scaffale degli Oggetti Rubati Senza Volerlo, in bella mostra tra il cervello di Sara ed il culo di Tina.
Sara è quella che mi voleva portare via, tempo fa. Ricordo ancora le sue labbra color malva che soffiano all'ingresso della mia stanza oscurata; le vidi stagliarsi nella luce del corridoio, subito davanti ad una pianta carnivora di Jeronimush Bosch che fagocitava un pellegrino nudo. - Grandissimo stronzo, io sono qui per portarti via – Disse.
Mi soffiò negli occhi queste parole con impercettibile movimento; ed un minuscolo sputo bianco, sparato da una delle due 'p', si consegnò sulla mia guancia come lo starnuto di bambino. Io serrai tra le mani un affilato taglierino, ma le sue labbra continuarono ad avvicinarsi, dischiuse, in un amaro sorriso che profumava di giorni incollati a finestre sigillate e di notti troppo umide e fredde, passate a scorrere le pagine gialle alla voce ‘bacio’.
Io carpii un odore che sapeva solo di fragola e mi allontanai fino ad appoggiarmi, confuso, ad un muro bianco coperto di locandine teatrali e foto in bianco e nero di una Monique qualsiasi.
-Ti porterò via. Ti porterò via.- Continuò a ripetere. Mi staccai dal muro, mi avvicinai alla finestra e alzai la tapparella; per darle una via di fuga dal terzo piano. Lei si gettò in ginocchio e con le braccia si allacciò alle mie gambe. La sua testa s'insinuò tra le mie ginocchia. Io, fermo, col cuore immobilizzato, osservai giù in strada il postino frugare nella borsa, scorrere una mazzetta di lettere bancarie e comunicare freddo con la cassetta. Tina, sul balcone di fronte, puntualmente stendeva i panni; mi guardò, mi mostrò calzini, canottiere e mutande. Mi sorrise e non vide il pianto tra le mie gambe. Fu allora che rubai il suo culo. Non sono Salvo. Quel giorno ero il suo amico. Salvo è morto di freddo, disteso sul cruscotto della Prinz avio, mentre cercava di salvare i miei fusibili ed io correvo con una maniglia impigliata nella manica.
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martedì, febbraio 24, 2004
Ripassate in mattinata....
Adesso l'acqua bolle nella pentola d'alluminio; acqua sterile per forza. Acqua sterile che evapora nel ferro da stiro, racchiusa in un soffio che termina all'inizio di un pensiero dolce che chiede udienza. La mano afferra un'intensa emozione che improvvisa schizza sul suo viso e poi, come crema liquefatta, si rattrista sul pavimento cotto. Insetti ubriachi danzano su un tulipano ingiallito e dal bordo di una cornice blu con intarsi dorati, penzola impiccato un ragno. Il dipinto che vi è racchiuso dentro gocciola sangue di sole che riga l'ombra di un seno. Sospiri umidi di vento s'intrufolano da sotto la porta e si spengono tra le ragnatele di ieri, rapprese tra i capelli di una scopa. Io ascolto. La voce roca si perde nello spazio, sgusciando si rompe già avanti nel tempo, sopra il tepore umido del soldatino di velluto. Un filo arruginito balla nelle fredde bolle della sua acqua bollente, e nel mio ventre, violato da una resistenza sconnessa. Una buona notte al barbiturico mi aspetta dietro la porta, per accompagnarmi il sonno.... Ripassate in mattinata e bussate alla porta, il mio cane vi mostrerà la strada e da sopra il camino il gatto scioglierà la coda per farla sfilare tra le vostre gambe imprigionate da cumuli di fogli A4. Lì, tra gli opuscoli del mio sonno, troverete le indicazioni per la felicità.
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domenica, febbraio 22, 2004
Quando il sole delle 16 e 30 è in anticipo di otto ore. E piove
E' sabato e piove.
Tutto il giorno è sabato e non è piovuto tutto il giorno; solo nel pomeriggio, ma quando ci si è messo è piovuto anche per la mattina.
L'acqua è violenta, a volte. Può scoperchiare tombini, razzolare sterco fino a spiaccicarlo sulla porta delle nostre case; ed è quando fa finta di lavare. O meglio, quando lava da una parte e subito sporca da un'altra.
Così mi son trovato la soglia della porta dietro bella pulita e quella della porta davanti piena di merda; perché lo sporco che non si riconosce è cacca ed il vento deve essersi messo a 90 gradi, sporcandomi il davanti.
E' sabato e non voglio uscire dall'ingresso principale, me ne esco dal retro con tutte le mie cose: sonno e schifezze mangiate senza saperlo.
Ti ho chiesto il sale e mi hai passato il sale; ti ho chiesto l'acqua e mi hai passato l'acqua; ti ho chiesto il pane e qualcosa deve essere caduto dal piano di sopra sbattendo violentemente contro il davanzale della finestra aperta, perché sul pane c'erano schizzi di sangue di...Cristo! Che roba è? E' sugo, mi hai passato il pane schizzato di sugo. Non l'ho mangiato, ho svuotato tre sacchetti di fonzie e bevuto molta acqua.
E adesso, mentre faccio il giro dal retro della casa per andare all'auto che sta sul davanti, piove e mi sto bagnando dentro, e fuori di me scivolo sui fiori secchi che ho rubato ieri sul cimitero e noto che effettivamente, sul davanzale della finestra, ora chiusa, c'è del sangue di...Cristo! Qualcuno si è buttato. Non è possibile, eravamo tutti a tavola a passarci il sale, a bere acqua e a scansare pane spruzzato di sugo. E' stato il cucchiaio che è caduto nella terrina.
Chi ha lasciato cadere il cucchiaio nella terrina? Mi chiedo e mi alzo tutto fradicio, sporco e con i fiori secchi attaccati come promemoria sui vestiti.
Non ho tempo per appurare il sangue e leggere i post-it. Devo andare alla festa del mio compleanno. E sono in ritardo.
I tergicristallo di quest’auto hanno sette velocità e quando becco quella più rilassante è come aver regolato il metronomo sul tempo giusto. Il mio tempo giusto ha lo scoccare dei secondi, quasi come un battito in apnea o stilettate d’incubi nel dormiveglia.
La strada è colma di autentici miraggi e un beduino vestito da cacciatore mi punta; accelero senza paura perché sono in ritardo e la mia torta di crema e pandispagna mi aspetta tutta liscia con un cero rosso acceso infilato nel culo. Devo spegnere la grossa candela magenta, prima che si consumi e si spenga, con straziante sfrigolio, inondata nell’incavo dalla panna.
Il cacciatore spara e piglia solo la coda dei miei pensieri già esangui.
“Niente male, niente male” Gli urlo dal finestrino calante. E penso che dovrebbe andare a farsi fare un pompino da un parente prossimo.
E’ tardi, la festa sta cominciando ed io sono ancora per strada.
Piove, maledizione, e questi laghi di paura frenano la mia corsa; forse dovrei telefonare e rimandare il mio compleanno. Tanto non avrò comunque nessun regalo.
La maglia nera del Giro del Mondo ed il cd di Dolores non sono regali.
Volevo il pallettone del Cecchino Maledetto; lo volevo bello pulito qui sul mio tavolo, per confonderlo tra le biglie di terracotta della mia infanzia; invece me lo hanno straziato, adamantino, me lo hanno spezzato in tre parti e gettato nelle fogne della città.
Ecco la curva a gomito.
Non devo bere.
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venerdì, febbraio 20, 2004
MISTICISMO E LA QUATTROSESTI DELLA FISICA
(Tratto da Clinamen)
'La meta fisica dell'uomo è concepire per mezzo del pensiero' Partirei da questa massima dell'Abate Formiconi per andare a sviluppare il centro ottico ottimale tra il fisico e la sua quattrosesti, che per convezione chiameremo Ica. Secondo l'Abate, l'incontro, la sovrapposizione o la rimescolanza tra due corpi è superata e non porta altro che ad un impulso incontrastato e spesso irrefrenabile che sfocia in una disarmonica esplosione vagamente analcolica. Tale esplosione, conosciuta sotto il nome di ' Hey, e la colazione?', mortifica l'impulso mistico dell'uomo, generando in lui una tesi antitetica a quella del Formiconi. Ora noi cercheremo di caratterizzare questi impulsi prendendo esempio da Eraclito e Platone, due filosofi la cui grandezza è sconosciuta in quanto scartati alla visita di leva, ma incartati fra di loro in maniera da non poter distinguere l'uno dall'altro e quindi singolarmente non misurabili. Eraclito, come ben sappiamo, credeva nel flusso. Il flusso distrugge per poter poi ricostruire; i frammenti parietali vaginali che fuoriescono durante il flusso, è come l'opera di restauro in una chiesa senza cappella. Questo asseriva Eraclito. Di parere opposto era invece Platone, secondo il quale l'opera di restauro poteva avvenire anche in chiese con cappelle, purché queste adeguatamente protette da solidi teli di nylon. Questo fece incazzare non poco Eraclito, il quale in un intervento su pubblica piazza, si scagliò con veemenza contro Platone accusandolo di usare i teli quando non servono e solo per non sporcarsi il pisellino. E' questa, la tesi, anche se leggermente modificata, dell'Abate Formiconi il quale afferma che 'flusso o non flusso, se tutto rimane nella metafisica e non nella quattrosesti della moglie del fisico abbiamo il centro ottico ottimale', vale a dire: Il misticismo è logico, il sesso no. Ora, di acqua e flussi ne son passati sopra i ponti da diversi punti e, se alla base dell'etica di Platone vi è il misticismo, possiamo altresì affermare che alla base dell'etica dell'Abate Formiconi vi è una bovazza di primarola della Valsugana, perché come diceva Eraclito: 'Ogni animale viene condotto al pascolo e da qualche parte la deve pur fare'. Perché, se è vero quel che disse Eraclito: ' Il tempo è un fanciullo che gioca alla dama', io direi, cari signori, che 'Il tempo è come l'uomo che gioca con la dama' o meglio ancora: 'Tempo, cul e siori i fa quel che vol lori'. Concludo questo mio breve intervento citando una massima di Eraclito tradotta malamente: ' E' duro combattere contro il desiderio del cuore. Tutto ciò che desidera avere, lo acquista a prezzo dell'anima' Che in soldoni significa: ' La saggezza è conoscere il pensiero che abbiamo nelle mutande, perché è attraverso questo pensiero che si governano le cose' Vado a far colazione.
Ossequi durissimi dal vostro Melvingaez
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giovedì, febbraio 19, 2004
P R O V A
Clock
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martedì, febbraio 17, 2004
IL SOLE DELLE SEDICI TRENTA
Non è molto obliquo, mi passa a sud mentre io sul cavalcavia sghignazzo alle auto che sfrecciano sull'autostrada. E' l'ora ideale per tagliarsi le vene, credo. Parcheggio l'auto in mezzo al cortile e spalanco tutte e quattro le portiere; apro anche il baule, lascio i fari accesi e la radio a tutto volume su una canzone dei Coldplay. Clock? Qualcuno verrà a cercarmi in tempo? Apro la porta di casa e la lascio aperta. Apro anche le finestre della cucina e spengo il camino in sala da pranzo con uno sputo. Passo con un dito i dorsi dei libri allineati e composti; come fosse una cancellata afona e mi fermo ad accarezzare il modulo dell'abbonamento Tv, steso ai piedi dell'unico libro fuori posto.
"Un vento molto forte soffia dal lago schizzando banchi di nuvole fra le ombre dei grattacieli. La luce del tramonto infonde alle nuvole, all'acqua, al fastello di torri, una qualità alchemica. Una sfumatura trasparente, violacea. Torbida eppure diafana. Dalla finestra non giunge a lui un solo segno di vita. A parte i milioni di frammenti di schiuma che tremolano sulla superficie del lago, come se l'acqua si fosse ribellata e volesse tramutarsi in un altro elemento: ardesia, per esempio. O granito. Ogni tanto il vento monta e le vetrate digrignano. La morte ora gli sembra non una minaccia incombente bensì un evento ormai al suo culmine." (*)
Salgo le scale, sono sei anni che a quest'ora del giorno penso che sia giunto il momento. Apro la finestra in cima alle scale. I volti del corridoio sfumano verso il buio; le porte, bocche spalancate, travasano freddo privo di polvere. Dalla tasca estraggo due colori a cera e messi come corna tra le dita della mano, disegno due cerchi sovrapposti su una parete bianca. Adesso finalmente due occhi mi guardano: hanno il rosso del calore e il blu del mare. Dallo studio mi dirigo verso il bagno, ma prima accartoccio un cappello da buffone appollaiato su una torre di musica e spalancando l'unica finestra della stanza lo getto verso il recinto del cane. S'incastra sui rami secchi di un rosmarino. Se ci sono, domani piscerò sulla salvia, ancora verde. Il bagno è tutto un ammonticchiarsi di panni: il bianco da una parte, il delicato da un'altra, il colore e il nero insieme, i calzini a sè. I miei piedi non puzzeranno più. Forse. Apro l'acqua calda nella vasca e finché aspetto mi siedo a pisciare guardando fuori dall'unica finestra che ho lasciato chiusa, l'unica senza grata antifurto; perché da lì un giorno scapperò saltando sul tetto in eternit del garage ricoperto da un fitto intreccio di vite d'oltreoceano. Guardo lontano la neve dei monti scioglersi nel tramonto e tralicci prendere il posto di alberi e fili rigare i colli intensamente rivestiti da vigne giovani. L'acqua è pronta e l'ombra della casa, come una meridiana, mi dice che l'ora è questa. M'inginocchio sollevando le maniche della maglia fino ad incastrarle oltre il gomito; non ho nemmeno la psoriasi quest'anno. Tolgo la lametta dalla custodia e affondo le braccia nell'acqua quasi bollente e incido lentamente. Poco sangue, neanche tanto chiaro. Passo il boia nell'altra mano e ripeto il gesto. Ne esce un po' di più, ma è sempre scuro. Il mio nobile sangue è reale.
'Prendete e bevete, questo è il mio sangue' (**)
'Smettila di fare lo scemo e vieni giù che la pizza è pronta. E poi le vene si tagliano per il lungo se vuoi fare in fretta. E c'è uno sboro della madonna con tutte queste finestre aperte. E ti si è scaricata la batteria della macchina. E minimo minimo hai un ti amo sul cellulare' (***)
IL sole delle sedici e trenta mi fa morire.
(*) Amos Oz (**) Cristo (***) Mio Nipote
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martedì, febbraio 10, 2004
INTERMEZZO N°6
(Ancora cose vecchie, per la notte)
La notte. Si riconosce ad occhi chiusi, si riconosce dal suo profumo spoglio di rumori, leggero e freddo, inesorabilmente lento nel suo repentino mutamento.
E’ già giorno; ho creduto di dormire e sognare…ed è già giorno.
Lo percepisco dai suoni, lo realizzo attraverso l’opaca penombra delle mie palpebre ancora chiuse.
Prima ancora di aprire gli occhi devo capire che giorno è, cosa devo fare, cosa non posso o non voglio fare; devo capire che giorno è...che giorno sarà.
L’incertezza mi angoscia; blocca e deposita i miei pensieri ancora troppo lenti per dettare movimenti quotidiani; sblocca il sudore , compone minuscoli e freddi laghi di paura tra le pieghe del mio corpo.
Rimango ancora un po' ad occhi chiusi.
La notte se ne è definitivamente andata; lo sento dai rumori, dal tepore del sole che filtrando dagli scuri semichiusi galleggia immobile su invisibili granelli di polvere, sospesi e fluttuanti come aridi universi sconosciuti nel cosmo della mia stanza.
Rimango immobile e dal peso degli indumenti che indosso, dal dolore alla schiena, capisco di non aver dormito, di essere rimasto disteso supino, fermo e vestito ad ascoltare il silenzio della notte; ad annusarne il profumo, inesorabilmente lento nel suo repentino mutamento.
Mi chiedo che profumo avrà avuto la notte, in una qualsiasi città bombardata, illuminata a giorno da raggi di morte; puzza di polvere e fumo o solo un triste odore di profonda angoscia?
E che profumo aveva la notte della mia prima volta?
Ricordo un lontano odore di mughetto e un vago sapore di menta in un bacio lungo quanto l'eternità dei suoi fianchi, breve , quanto il silenzio tra un passo scomposto e l'altro, in una ripida discesa.
Che profumo avrà la prossima notte?
Apro gli occhi all’improvviso, colto da quella spiacevole sensazione d’essere osservato.
E' solo la foto di una bambina. Una foto incorniciata e appesa; due occhi grandi e scuri imprigionati da lunghissime ciglia...ne ricordo l'abbraccio, quando si chiudono appesantite da un sonno improvviso e sereno.
Giro lo sguardo e scorgo il primo dei quattro poster appesi in alto sulla parete:
la Strage Degli Innocenti di Fernando Botero; una madre, a cavallo di un asino, protegge il suo bambino dai fendenti di una spada brandita da un baffuto e paffuto poliziotto. Tra loro, un cumulo di corpi squarciati di bimbi indifesi, mentre in un angolo il Potere mangia tranquillo, al lume di una candela.
Oggi, che giorno sarà?
Mi metto a sedere, strofinando con le nocche delle mani il pianto pruriginoso e secco di un ricordo confuso.
Accendo una sigaretta e guardando la TV spenta, mi rendo conto subito che giorno è, che giorno sarà.
Mi alzo di scatto dal divano-letto e passando davanti allo schermo annerito dalla sua abitudine spenta e dalla catramosa nicotina di 1000 sigarette, stacco il post-it rosa con su scritto: - Ore 12 Aeroporto-.
Il sudore sul viso mi si raffredda come alitato da un gelido vento invernale, spesse coltri di nuvole bianche si aprono sotto i miei piedi e nella vertiginosa caduta del mio corpo verso il basso rimango, per trenta secondi, incapace di respirare. Poi chiudo gli occhi e da un angolo remoto dei miei asfittici polmoni, pesco un lungo sospiro liberatorio che assopisce la mia insaziabile vertigine.
< Devo andare > Mi dico.
E la voglia di sapere, di scoprire, diventa più forte della mia paura per le altitudini siano esse fisiche o mentali.
< Devo andare > mi ripeto mentalmente, intanto che mi strofino con uno spazzolino multicolore i denti, finché sciacquo con l’acqua di un fiume sotterraneo la mia bocca intorpidita.
<Devo andare > urlo sputando il tutto; acqua, dentifricio, saliva e detriti alimentari nel lavandino.
Stacco la cornice dalla parete, con cura ne tolgo la foto che mi osserva e la metto nella valigia più piccola, in una cartellina di plastica trasparente gonfia di fogli e ritagli di giornale; la metto vicino alla foto in bianco e nero di due ragazzi che si baciano.
< Devo andare >
postato da: melvingaez | 21:54
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sabato, febbraio 07, 2004
INTERMEZZO N°4
(Sempre cose vecchie, stavolta per auto-intrattenermi)
Dove finiva la strada, non c'era niente. Finiva e basta. Come si fossero stancati di continuare, come se proseguire avesse avuto nessuna importanza. Probabilmente c'era qualcosa di meglio da fare; probabilmente era finita la voglia di scoprire dove questa strada avrebbe portato. Oppure, più semplicemente, era un punto di partenza: - Noi vi abbiamo condotto fin qui. Facile, facile. Adesso tocca a voi proseguire oppure tornare indietro.......o fermarvi .- Zonk si svegliò da questo sogno finto e semplice, spoglio e breve. Le lucertole giganti, forse dei varani che si azzannavano fino ad uccidersi a vicenda; i cento cani che paurosi guaivano al fragore dei tuoni di un temporale improvviso; la porta di casa che si abbatteva rumorosamente sotto la spinta del vento; i baci sulle labbra di un uomo-donna, accorso solitario ad assistere al funerale di un amico sconosciuto. Questo faceva parte del sogno vero e proprio che lo portò ad aprire improvvisamente gli occhi, con la sensazione che qualcuno lo stesse aspettando fuori dalla porta. Raccolse con cura i fogli sparsi sul letto, con insolita calma si sciacquò la faccia e guardando oltre lo specchio che rifletteva il suo volto ancora incerto, sciolse il dubbio dell'ultima parte del sogno; l'uomo-donna che l'aveva ripetutamente baciato, con tenerezza, inumidendo appena il suo labbro inferiore, era Laureen con i lunghi capelli biondi malamente tagliati. Si sorrise timido allo specchio; con la coda dell'occhio seguì il fascio di luce che penetrava dalla piccola finestra del bagno e intuendo che il mattino era scoppiato, con il sapore di questo sogno in una mano e la valigia piccola nell'altra, uscì dalla stanza del motel. Ripercorse all'inverso il sentiero ghiaioso della sera precedente; passò lentamente sotto la finestra della cucina. Laureen non c'era, di lei, nell'aria, era rimasto l'odore di frittata di frattaglie e un panno sgualcito a quadretti bianchi e verdi che penzolava immobile da un rametto spoglio di roselline selvatiche. Proseguì verso la Buick parcheggiata, la circondò con lo sguardo nell'intima speranza che tutto fosse al suo posto e fu allora che si accorse del gatto, spuntava per metà dal radiatore. Vide la coda nera muoversi appena e decise di lasciarlo al suo posto. Puntò lo sguardo sulla strada dritta e partì. Il sole di quel mattino di maggio già confondeva l'orizzonte, inserendo ogni tanto sulla sua linea, inesistenti carovane spezzate, simboli genetici che si interrompevano e si ricongiungevano in una sovrapposizione continua. Sembrava una gara di grandi e piccoli autotreni. O un semplice miraggio.
postato da: melvingaez | 16:51
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Caro Blog...2/N
Quando sono uscito di casa stamattina, c'era la nebbia. Non la nebbia di ieri, quella bella, quella che mezza asfissiata da un sole rosato, tagliava gli alberi in due separando la terra dal cielo. Stamattina era fitta, ingrugnita e gelata; da non lasciare spazio ai pensieri, respiro alle parole. All'incrocio di San Vincenzo son passato per l'ennesima volta sulla pelle del riccio e voltato a sinistra sono entrato nel tunnel-el-el-el del divertimento-o-o-o; una volta c'era un viale di pioppi. Stamattina un muro bombato. Ho pensato che ad un passo da me, ieri c'era un campo di segale in crescita e che oggi ci poteva essere anche il mare del nord che non me ne sarei accorto. E questo mi ha dato fastidio. Ho parcheggiato a naso, dove il temporale dell'estate scorsa, ha schiantato con un colpo d'ala, uno dei pioppi più vecchi. In realtà sono tutti coetanei, ma sicuramente quello doveva avere qualche ora o qualche giorno più degli altri. Era vissuto, si vedeva. Aveva visto gli altri nascere, credo. E il vento, giustizia divina, ha scelto lui. Il primo arrivato, il primo malato. Ho parcheggiato per essere sicuro che ci fosse ancora il campo di segale; altrimenti avrei capito che la nebbia mi aveva confuso e portato lontano. E che i ricci schiacciati quattro giorni fa sono più di uno. Anche gli incroci forse sono più di uno. Forse anche i Santi Vincenzi. No dai, ho pensato, incroci simili, così dettagliati non credo esistano altrove. Però il tunnel d'alberi sembrava altro, con questa nebbia. Sono sceso, cauto, poggiando con riverenza e timore il piede su un grumo di funghi. No, non l'ho fatto apposta; in prima ho pensato ad una grossa merda, in seconda ad un feto di cane, per il rumore. L'odore m'ha detto, funghi. Se sono funghi, mi son detto, oltre il ciglio non ci può essere il mare; e stavo per risalire in auto. Dev'essere stata una folata di vento o la mente ancora intorpidita da un sogno notturno, perché ho sentito, distintamente, il suono del mare: una sberla nella testa come di un'onda sugli scogli. Mi sono girato di scatto, ma non si vedeva nulla. Ho provato ad offendere la nebbia agitando le braccia come a voler allargare una fessura che non c'è. Niente. Un muro. Adesso sentivo l'odore salmastro e cristalli di sale che si depositavano sulle rughe del mio cuore; di là ci doveva essere proprio il mare e le folate di vento altro non erano che ali di gabbiano che mi volavano intorno. Io non vedevo, ma doveva essere così. Quella non era la mia solita strada, dovevo tornare indietro. Sono risalito in auto, tormentandomi con i denti le labbra e appoggiando la testa sul volante mi sono addormentato, sognando di dormire spalmato sul suo seno. Senza l'assillo del risveglio.
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giovedì, febbraio 05, 2004
Intermezzo N° 2
(Nel senso che questa è roba vecchia, d'intrattenimento, finché non cucino qualcosa di nuovo)
'Ventura Highway nel sole, quando il giorno è lungo e la notte così forte...'
Zonk vide di sfuggita il cartellone pubblicitario del motel; spense la sigaretta, recuperò la cartina stradale dal sedile posteriore, sbirciò lo specchietto retrovisore e rallentando diede un'occhiata veloce. Mancavano 320 chilometri alla prossima cittadina; pochi in America, molti nella sua testa ormai talmente vuota che il sole, già prossimo allo scadere del tempo, gli entrava da un orecchio e senza ostacolo alcuno usciva dall'altro.
Katshole era una piccola città, quasi 100.000 abitanti; lì sarebbe iniziata la sua ricerca e preferiva fare un ripasso mentale della situazione disteso su un letto.
Quando vide l'insegna del Motel, rigettò la cartina sul sedile posteriore, si accese un'altra sigaretta.
Spense la radio proprio nel momento in cui una casalinga chiedeva al disc-jokey una canzone di Frank Zappa e un gatto nero usciva improvvisamente da una siepe; sterzò bruscamente per evitarlo e per entrare nel parcheggio, ma non riuscì a fare né l'uno e né l'altro.
La sua Buick del '68 color pisello rosa si fermò, con angoscioso rumore metallico contro un paletto, la cui presenza, all'entrata del motel Zonk non approfondì.
Attese un paio di minuti seduto; motore acceso e pensieri spenti finì la sigaretta; nessuno sembrava essersi accorto di nulla, quindi, con ostentata indifferenza, fece un paio di manovre e parcheggiò sotto le apposite pensiline.
Le luci al neon ancora spente dell'insegna non l'aiutavano a decifrare il nome di quel motel, sperduto e isolato in quel buco d'America che tanto sapeva di frenetico far niente.
Entrando nella reception che fungeva anche da bar-restaurant, prese il telefonino dalla giacca e cominciò a digitare il numero dell'Italia.
- Vorrei una camera per stanotte- chiese al cinese biondo con gli occhi azzurri che masticava tabacco leggendo un giornale dietro il banco.
Il numero era occupato come al solito. Lo rifece.
- E' possibile avere anche una birra scura?- chiese al biondino.
Il numero adesso era libero.
- Pronto, Gaetano? Sono Zonk.-
- No, non sono ancora arrivato, mi sono fermato in un motel...sono a circa 300 chilometri...domani in mattinata...come?..il nome del motel?...-
Gaetano era fissato con i nomi.
- Non lo so...spetta che chiedo - disse guardando interrogativamente il cinese.
- La Polla di Walden - disse il ragazzo mentre versava in un bicchiere la birra chiara.
- La Polla di Walden - ripeté Zonk al telefono.
- Cosa vuoi che ne sappia io com'è...- continuò.
Gaetano insistette.
- Il mio amico vuole sapere com'è questa polla - disse Zonk al cinese.
Lui alzò gli occhi dal giornale e Zonk notò che aveva perso una lente a contatto, poi con un sorriso che lasciò intravedere i denti gialli, tipici dei cinesi tabagisti, rispose: - E' bionda e lavora in cucina.-
Sentita la risposta, Gaetano riattaccò e Zonk cominciò a guardarsi attorno con leggera preoccupazione ; si avvicinò al banco, prese il bicchiere di birra, lo guardò in controluce e deponendolo disse:
- Questa birra è chiara….io l’avevo ordinata scura-
Il cinese, sempre con i gomiti appoggiati sul giornale, alzò leggermente la testa, si sporse in avanti, guardò per qualche secondo, attentamente, nel bicchiere, arrotolò la lingua e sputò un bolo scuro nella birra che cominciò a frizzare come un’aspirina effervescente, poi alzò lo sguardo e fissando Zonk negli occhi disse:
- Ecco...adesso è scura -.
- Ecco...- Pensò Zonk.
In questo, l'America non era cambiata; indolente e strafottente come un commesso della Città Mercato; ironica e crudele come una passeggiata solitaria in riva al mare in una notte d'inverno; pratica e funzionale come un gioco primitivo che non ha bisogno di istruzioni; pericolosa e letale come una torta millefoglie allo stracchino avariata.
Un paese che riesce a sopravvivere alle guerre sbagliate e perse con la disinvoltura di una vecchietta che ti passa davanti, mentre sei in coda all'ufficio postale.
Questo pensò Zonk, guardando quell'uomo a metà tra un alieno ed un alienato, con un occhio azzurro ed uno marron, con i capelli biondi e le sopracciglia nere. Forse, in questi 25 anni, la Cina era diventata uno stato della Confederazione. L'ennesimo.
Nel suo pacifico oceano mentale cominciò a veleggiare una piccola barca omicida, ma prima ancora che questa salpasse dal suo affollato porto, fu affondata dallo stridente cigolio di una porta che si apriva.
- Hey, Joe! Di chi è quella Buick effeminata parcheggiata lì fuori?-
L'uomo, basso, con i jeans che si aggrappavano disperatamente sotto un'enorme pancia ed i capelli riportati per 20 cm su una testa piccola e pelata, entrò con brevi e frettolosi passi, squadrando Zonk attraverso le palpebre semichiuse .
- E' mia mister...- disse Zonk osservando l'ometto senza età. Poteva avere benissimo 30 come 50 anni.
- Ah...io mi chiamo Rex - disse questi appoggiandosi con il gomito al bancone.
- Volevo solo informarla che ha un gatto nero incastrato nel radiatore – continuò, e vedendo il bicchiere di birra appoggiato sul tavolo disse:
- E' suo?-
Pensando che si riferisse al gatto, Zonk rispose:
- No...mai visto prima...non è mio- e affondando le mani nelle tasche, guardandosi le scarpe, cominciò a credere che in quella zona dovevano esserci degli strani campi magnetici.
Ne fu più che convinto quando vide l'ominide bersi la birra tutto d'un fiato e dire rivolto al cinese:
- Buona!! Che hai cambiato marca senza dirmi niente?-
- Sentito che doppio malto, signor Walden?- Disse Joe con quel sorrisetto post-orgasmico, tipico di chi è perfettamente cosciente d'aver fatto un bel lavoretto, mentre il signor Walden toglieva con due dita una strana squama azzurrognola che si era depositata sulla sua lingua bevendo la birra e porgendola al cinese, emettendo un flebile rutto, sussurrò:
-Questa dev'essere tua.-
- Beh....- intervenne a quel punto Zonk - Se posso avere una chiave io andrei a dormire; domattina parto presto .-
Ottenuta la chiave e pagato anticipatamente il conto, Zonk salutò e nell'uscire sentì i due che si bisbigliavano:
- Ce n’è in giro di gente strana…-
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mercoledì, febbraio 04, 2004
What a Wonderful World
Carina, la foto era carina. Si vedeva un ponte di sera, poca gente che cammina e una signora con due borse della spesa che la bilanciavano tra i graffi di un tramonto: una battaglia di colori, con nubi scure a inseguirsi sui tetti delle case, tra il baluginìo di scheletri d'antenne e voli di piccione. Alla fine tutti sconfitti. Nero. Casualmente gli alberi si sfogliano e il sudore si fa gelo. Lungo le autostrade gli occhi si fiaccano a inseguire le luci e un filo di nebbia striscia sui reticolati di confine. Sera senza pallidi splendori, col dorso delle sue ore sugli occhi. Alla fine tutti sconfitti. Nero.
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martedì, febbraio 03, 2004
Mefitismo e Logica
(Tratto dall'antologia di Clinamen)
Oggi vi parlerò della raccolta differenziata. Come ben sappiamo la raccolta differenziata dei rifiuti dell'umanità trova radici profonde nel più antico pensiero filosofico dell'uomo. Dopo che Socrate ha spiegato che vi è un'idea del bene, ma non di cose come il fango e l'immondizia, Parmenide lo consiglia di non disprezzare le cose più umili, perché solo da esse l'uomo trarrà maggior beneficio e risolverà il problema delle discariche a vantaggio di un assesto geologico vitale. Non solo. Parmenide esorta lo sfruttamento dei rifiuti organici nell'agricoltura, costruendo lui stesso enormi vasche atte a raccogliere il cosiddetto 'umido'.
Questa è la visione mistica del rifiuto, del bene sconosciuto alla bellezza esteriore, del bene che si manifesta sotto le puzzolenti spoglie della putredine e della, diciamolo pure, merda, per dare maggior rigogliosità alla vita. Il nostro riottoso avvicinamento a tutto ciò che è rifiuto, ci allontana definitivamente da quella che Parmenide considerava la visione ascetica di una realtà superiore: la mondezza è distruttibile, mutabile, divisibile; è senza inizio e senza fine, quindi dobbiamo porre rimedio a tutto ciò che il nostro corpo e la nostra società secerne in modo, spesso, così sconclusionato. Io credo che dobbiamo avere fede in queste forme di saggezza improvvisa che colsero, fin dai tempi più remoti, i più alti pensatori dell'umanità. Io credo, che chiunque sia capace di abbandonarsi a quest'intima passione per la raccolta differenziata, deve sperimentare l'efficacia del compost, deve tastare con mano l'humus che si forma nella decomposizione organica, deve poter con gioia rigirare tra le dita deliziosi lombrichi, gradevoli animaletti ermafroditi dai cinque cuori e dai sette fegati.
Ho conosciuto persone grette e stupide convertirsi alla filosofia mistica di Parmenide dopo aver annusato estasiati i miasmi di una cloaca o dopo aver infilato la mano in un secchio pieno zeppo di lombrichi sfamati da quattro chili di fondi di caffè d'alta montagna. E' solo attraverso la conoscenza diretta che l'uomo si libererà dalle catene dell'ignoto, dal buco nell'Ozono e da Bush; occorreva che queste calamità si manifestassero per poter urlare la nostra fede nell'uomo e nel suo intrinseco desiderio di purezza. Esiste ciò che conosciamo, diceva Hegel; ma signori miei, il buco nell'Ozono e nel culo di Bush esistevano ancor prima che questi due signori ce lo facessero vedere. E allora è la fede nell'intuito che dobbiamo contrapporre alla conoscenza analitica deduttiva; se noi avessimo avuto questa fede, avremmo continuato a spalmarci grasso di maiale sui capelli ed evitato che Bush Senior scopasse con Barbara; avremmo ottenuto tre risultati al prezzo di due: un buco in meno sopra la testa, un coglione pericoloso in meno tra le palle e un vecchietto senza fastidiosi tic da scopate traumatizzanti.
Signori miei, concludo questo mio primo intervento filosofico, invitandovi a riflettere sulla realtà che ci circonda. E' una realtà spesso viscida e maleodorante, ma è ciò che espelliamo; è la nostra realtà. Sta a noi dividerla, compostarla, amalgamarla, e come pensava Parmenide, distruggerla sarebbe come chiudersi le palle nel cassettone della biancheria estiva.
postato da: melvingaez | 00:01
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